L’argentino

Mettersi a fare un film su Ernesto Che Guevara non è cosa da nulla. Specialmente se i presupposti non corrispondono esattamente a ribadire che era un simpatico medico, che se ne andava in giro per il Sudamerica con una Norton Model 18 di 500 cc e si innamorava di promesse spose neoborghesi. Anche se un film sulle donne del Che, la peruviana Hilda Gadea Acosta e la cubana Aleida March, prima o poi a qualcuno verrà la malsana idea di girarlo. E non è semplice nemmeno se non strumentalizzi il piano socio-politico, se non ritagli la tua unica e triste occasione per ribadire “fossi figo, farei pure io così: abbandonerei questo posto insulso costruito sul niente e rari ideali e mi arruolerei nell’esercito della salvezza”. Ma quel basco con la stella non aveva lo stesso significato delle All Star ai piedi dei ragazzini al cinema, sabato sera al turno delle 23.

Certo, poi non ti devi stupire se non trovi i finanziatori e fai fatica a piazzarlo al botteghino, nonostante tu abbia dalla tua un Benicio Del Toro in stato di grazia che propina lo sguardo più fiero che sia mai apparso sull’orgasmico grande schermo della sala 1. Ed è ancora più difficile se ti chiami Steven Soderbergh.

Il film è caotico, con un montaggio che non aiuta, pesante come può esserlo un lungometraggio in cui vengono inseriti a tradimento dei momenti dal mastodontico discorso alle Nazioni Unite, il più coraggioso e sfrontato che sia mai avvenuto in quelle mura. E l’originale va comunque visto e letto, punto per punto. Non è a tuo favore nemmeno il fatto che ti hanno spezzato il film in due capitoli e che il secondo lo proietteranno tra un mese e la gente si dimenticherà di quella cena con Castro, quando Ernesto gli fa stringere l’infausta promessa.

Eccolo il movente ideale, il sogno, quella minacciosa chiave di volta che ha condannato a morte l’uomo, che lo ha forse convinto ad arruolarsi in una guerra che si stava preparando da più di cent’anni.

che11Benicio del Toro è il Che e il bellissimo Santiago Cabrera (il pittore profeta di Hero) è il matto Camilo Cienfeugos

Nel primo capitolo Soderbergh racconta l’assurda disperazione di una rivoluzione che è un miracolo per come si sia tirata insieme. Perché ogni rivoluzione è più banale a raccontarsi che a farsi. Pensate forse che noi riusciremo a liberarci presto del postcapitalismo? Laddove non serviranno a niente le sparute vedettes, che portano le informazioni e gridano lo scandalo, che lanciano segnali e allarmi di pericolo al resto delle truppe, ci vogliono uomini come il Che, intimamente carismatici, che sanno risvegliare quella x imponderabile con cui si possono intraprendere le battaglie, se proprio non vincere le guerre come in Guerra e Pace di Lev Tolstoj.

Ernesto l’amava il suo paese. E non poteva sopportare l’ingiustizia reiterata su tutta quella gente inerme e la miseria, soprattutto. Una miseria senza speranza e futuro.


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