Una porta per l’Oriente
Costantinopoli, Bisanzio, Istanbul: comunque vogliate chiamarla, era considerata la Porta d’Oriente. Marinai, mercanti, conquistatori e grandi viaggiatori sono tutti passati di qui per raggiungere le estremità orientali del mondo. Oggi, la città crocevia conserva il risultato delle vicissitudini passate, ma nelle sue strade si percepisce anche un forte desiderio di cambiamento, un fermento che intende affermare un’identità nuova, emergente. Istanbul è una miniera di stupefacenti ingredienti che voglio raccontare così come li ho percepiti durante i cinque giorni di permanenza nel grembo più o meno rassicurante di Sultanhamet, nel cuore della Città Vecchia.
Se dovessi scegliere un punto da cui cominciare non potrei esimermi dal citare la chiamata alla preghiera del muezzin. Il buon musulmano prega cinque volte al giorno – sette giorni su sette, rivolgendosi verso questo “est” ideale di rinascita, verso la Mecca. La loro giornata inizia intorno alle quattro e un quarto con la prima chiamata alla preghiera che coinvolge l’intera città. Hanno apposto nelle vie degli altoparlanti che amplificano il momento sacro e al quale, evidentemente, nessuno può scampare – credenti e miscredenti. L’albergo dove stavo era tra Aya Sofia e la Moschea Blu, e visto che notoriamente ho un sonno leggero, nell’oscurità e dal mio letto riuscivo chiaramente a sentire i fedeli prepararsi alla preghiera, prima che gli altoparlanti fossero messi in funzione.
La prima volta che ho assistito a questa cosa mi sono tremendamente emozionata: lo sconvolgimento che ha preso la bocca dello stomaco e la pelle d’oca sono le sensazioni più concrete che posso raccontare, forse una reazione al recondito afflato di salvezza da ogni eventuale pregiudizio occidentale. Mi trovavo nella fase del sonno semi vigile, quando ho iniziato a sentire la voce profonda e intensa del muezzin intonare i passaggi melodici del rito religioso. La chiamata alla preghiera dura poco, non più di dieci minuti, forse meno; eppure, è una caratteristica evidente dell’onnipresenza radicale della religione che influenza e scandisce la vita di Istanbul e di tutto il resto del mondo islamico. La verità è che si tratta, per chi non l’ha mai provata, di un’esperienza assolutamente surreale, che difficilmente si può dimenticare e raccontare, perché porta con sé un potenziale estraneo e allo stesso tempo familiare all’essere umano. E’ il raccoglimento tipico di ogni credo mistico e religioso che riesce a coinvolgere una moltitudine collettiva (che in questo caso puoi contare sulle paia di scarpe all’entrata della Moschea). C’è, nella voce e nell’intonazione del muezzin, un ché di drammatico, di fondamentalmente tragico, come se si trattasse di un dolore intimo e irreprensibile, di una solitudine acuminata e irrinunciabile: anche per questi motivi ho subìto una forte fascinazione ed ho provato sensazioni contrastanti – insieme piacevoli e sgradevoli. L’ho trovato un atto di solenne significato simbolico e trascendentale che letteralmente investe chi lo ascolta, che non può che scuotere chi è profondamente affascinato dalla magica melodia delle lingue straniere e dall’esotismo di pratiche religiose tutto sommato sconosciute.
Un giorno, nella Moschea Nuova, verso il momento di preghiera del mezzogiorno, sono stata protagonista di un episodio che ho trovato piuttosto curioso. Indossavo un paio di shorts neri, un’ampia t-shirt bianca dal taglio asimmetrico che non lasciava vedere assolutamente le forme del corpo e un paio di spartane infradito; pertanto, sono stata invitata dai controllori all’ingresso a indossare tunica e velo (offerti da loro), come tutte le donne che proprio non potevano fare a meno di entrare per dare una sbirciatina al luogo di culto. Niente
di male, voglio dire: se vai in un posto, è giusto rispettare usi e costumi e perché no, ossessioni sulle presunte impurità femminili. Si trattava perlopiù di un gonna blu che copriva fin la punta dei piedi e di un’enorme pashmina bianca a coprire tutto il resto (con l’umidità si avvertivano più o meno 35 gradi). Al mio solito, ho preso a giocare con la macchina fotografica e avendo trovato angolazioni interessanti seduta/sdraiata sulla moquette, può essere che mi sia lasciata un po’ andare e forse ho scoperto un filo il polpaccio, sai nei movimenti. Ecco allora, il sopraggiungere di un sedicente fedele che mi sgrida, senza tanti mezzi termini, per aver scoperto un po’ troppo le gambe, utilizzando toni piuttosto accesi e immagino coloriti, visto che in mia difesa sono sopraggiunte le scuse di alcuni altri credenti più “comprensivi” e gli occhi degli altri turisti, vagamente sconcertati. Mi sono ricomposta e ho chiesto scusa. Pazienza, l’importante è che sono riuscita a scattare delle immagini davvero buone, che finiranno ingrandite nello studio di casa mia. Certo, abituata agli standard di un mondo altro, la vicenda è stata davvero buffa, insomma: non è mica facile al giorno d’oggi sentirsi a disagio per aver mostrato il collo del piede. Che donna discinta che sono! L’aggravante a mio sfavore è che faccio veramente fatica a capire le tante donne, incontrate in questi giorni, coperte in ogni centimetro del loro corpo, spesso con occhiali che coprono gli occhi dagli sguardi intensi, accompagnate da uomini vestiti all’occidentale.
Poi, su questa cosa della coscienza del corpo femminile bisogna ritornare parlando dell’esperienza all’Hamam. Sono stata a Cemberlitaş, uno degli Hamami più celebri di Istanbul (ho scelto, contrariamente alle mie abitudini, un luogo più turistico per ovvie ragioni di scetticismo igienico, che comunque nell’Hamam non sono mai troppe). Anche Cemberlitaş separa la condivisione degli spazi per genere. L’hamam è il luogo dove ci si reca per il bagno turco, ma è un gesto che ha un significato storico e sociale per la gente di qui, molto diverso da quello che possiamo avere noi oggi: mutuato dalla nostra personale esperienza culturale, globalizzatrice e cannibale di tradizioni e di esotismi di altri paesi secondo il proprio filtro culturale. Il bagno turco non è solo il luogo del rilassamento, dove ci si può sottoporre ad una ristornate seduta di massaggi all’olio, dopo il rito della pulizia profonda. Era anche un luogo dove le donne potevano lavare il proprio corpo per mantenere dignitose condizioni igieniche, ma soprattutto dove potevano socializzare, uscire dalle gabbie culturali (seppure per poche ore) e discorrere come persone normali, magari anche di sesso. Ecco, una cosa che mi ha colpito molto è l’assoluta libertà di queste donne nel mostrare le nudità più intime del proprio corpo e la coscienza del corpo soprattutto: totalmente celato fino ad un momento prima. Una consapevolezza fisica che forse noi non abbiamo e non avremo mai, abituate come siamo ad essere insoddisfatte e a non accettarci mai totalmente e liberamente. Senza mai fermarci pensare davvero che il corpo possa essere uno strumento meraviglioso, un prezioso contenitore dello spirito.
Per assurdo sottoponendomi alla pratica tradizionale dell’hamam ho scoperto il mio anomalo limite pudico: perché inizialmente stare completamente nuda e cruda in un luogo, seppure raccolto, non è che mi facesse sentire totalmente a mio agio. Ma è poi vero che, superato il pensiero idiota e occidentale di essere inadeguata, cercando di tenere a bada i mie enormi limiti culturali e specialmente fidandomi completamente delle amorevoli e rassicuranti cure della persona a cui sono stata affidata (che mi ricordava la grande mami) mi ha aiutata a trovare l’equilibrio e l’armonia. I benefici si sono rivelati in tutta la loro efficacia a trattamento ultimato. Due ore e mezza di assoluta estasi dei sensi, in cui ho persino riscoperto dei muscoli che non sapevo di possedere. Provare a toccare, per credere, la superficie della pelle dopo l’hamam turco.
D’obbligo il pomeriggio in barca fino ad Andalou Kavagi, alla fine del Bosforo, per salire sulla collina e ammirare il Mar Nero che si apre ai vostri occhi, accogliendo imponenti navi cargo, ricche di merci per i mercati occidentali. D’estate i ragazzi di qui, mediterranei e bellissimi, si divertono a tuffarsi dai tetti delle imbarcazioni per turisti, raccogliendo gli applausi della gente attonita per la prova di coraggio. Andalou Kavagi, il vento che proviene dall’Anatolia, il sole e il mare accolto dai due lembi di terra con i suoi strapiombi a picco, sono un paradiso che rimarrà per sempre scolpito nella mia memoria. E al rientro, dopo cinque ore di navigazione, il profilo della Città Vecchia che si staglia al tramonto, con le sue moschee disegnate in un cielo arancione vi commuoverà con il suo struggente romanticismo ottomano e arabeggiante.
Un vero gioiello incompreso è il Museo Archeologico di Istanbul. Bistrattato dalla sovraintendenza cittadina, che decisamente non si rende conto del patrimonio a disposizione. Tre palazzine così ricche di tesori storico-archeologici, che all’uscita ho temuto di essere afflitta da una sindrome incurabile: le radici della Mesopotamia, gli Ittiti e il primo trattato diplomatico della storia, gli Egizi, i Romani, i Persiani, l’arte ellenica, le varie scoperte di Troia, l’Iliade e l’Odissea, la tomba che pare abbia accolto il corpo inerme del trentatrenne Alessandro Magno, i tesori di Siria e di Giordania, Gerusalemme, la meraviglia del Tempio di Efeso, Babilonia e Saba.
Una delusione l’Harem e più in generale il Palazzo Topkapi, che pecca di ricostruzioni evidenti e incapacità di disporre e presentare a dovere le ricchezze vere o presunte, vedi il bastone di Abramo.
Ho rischiato più di una volta di perdere la pazienza, chi mi conosce sa che ne ho poca, a causa dei numerosi abbordaggi a tradimento della gioventù turca. Vorrei specificare una volta per tutte quanto segue:
1. Non ho bisogno d’aiuto e se anche ne avessi sarei la prima a chiederlo
2. Non sono una ragazza da salvare, né tantomeno ho lo spirito della crocerossina
3. Difendo la mia indipendenza e agli assalti insistenti posso reagire molto violentemente
Un voto tutto sommato mediocre anche al 15 di Agosto, giorno in cui visitava la città e la Moschea Blu il Primo Ministro Iraniano che ha portato scompiglio: clima da guerra civile, monumenti chiusi, carrarmati per strada, forze di polizia in ogni dove pronte a sedare ogni sommossa e la rimozione forzata di tutti i cestini dello sporco per la paura di attentati. Ho cercato di fare sbottonare un po’ di persone sull’argomento, ma anche i turchi paiono alquanto sfiduciati e fondamentalmente poco interessati alla politica nazionale. A dir la verità non solo a quella: è difficile che esprimano opinioni su qualsiasi argomento (ma probabilmente è perché abbiamo tempi diversi). Altro che secolarizzazione, anche qui stiamo diventando apolitici, plastici telespettatori di fiction che raccontano le gesta dei patriarchi e partecipano poco alle discussioni d’attualità e al coinvolgimento in attività civili.
Non posso dimenticare inoltre:
· i bambini ebrei parati a festa, a passeggio per la città con il vestito bianco, dopo la cerimonia della circoncisione
· il delizioso cibo turco
· il tè alla mela
· le danze e le musiche dei dervishi rotanti
· Beyoglu e i caffè in collina
· il mercato delle spezie
· Agi e la questione curda
· la Cisterna Basilica
Concludo assicurandovi che cinque giorni possono bastare per farsi un’idea approssimativa della città e per innamorarsi di Istanbul.
Il viaggio è durato dal 12 al 17 agosto 2008.
Di seguito un breve slideshow che ho messo insieme con le fotografie del viaggio:
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- Pubblicato:
- Agosto 18, 2008 / 1:24 am
- Categoria:
- Ricordati di ricordare
- Tag:
- a must to see, Istanbul



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